Chefchaouen: la città azzurra

Written by on 12 Mar 2018

Il pianeta Terra è straordinario. Ovunque il nostro sguardo si posi, c’è sempre qualcosa che cattura la nostra attenzione. Un colore. Un tipo stravagante. Oppure un piccolo particolare di una determinata città che riesce a staccarci dal nostro tran tran per farci tornar ancora bambini per un secondo. Facendoci ancora chiedere se il mondo smetterà mai di stupirci. Ma prima di rispondere alla domanda, voglio portarvi in un posto mistico, travolgente ma soprattutto magico. Si chiama Chefchaouen (vi sfido a pronunciarlo in modo corretto al primo tentativo), conosciuta come “La Città Azzurra”.

Questa “perla blu” si trova all’estremità settentrionale del Marocco, più precisamente nella provincia di Chefchaouen situata nella regione di Tangeri-Tetouan-Al Hoceima. Il fatto che la regione sia bagnata dal mare non deve ingannarci perché la nostra cara ”Città Azzurra” fu eretta nel XV secolo da un gruppo di esiliati andalusi, sia musulmani sia ebrei, in una valle protetta dalle montagne. Infatti, lo scheletro, la struttura di Chefchaouen deve molto all’etnia dei suoi abitanti perché riprende alcune caratteristiche delle città spagnole, come ad esempio le piccole vie dal tracciato irregolare, che riescono a distinguerla dalle città marocchine tradizionali. Però l’idea di questi esiliati, di questi “stranieri”, non era soltanto di fondare una città che gli ricordasse la loro casa, ma che potesse in qualche modo renderli “liberi” di professare la propria fede, visto che loro vennero cacciati dalla Spagna a causa dell’ Inquisizione che voleva rinforzare la “limpieza de sangre” eliminando, in modo drastico, tutti coloro che non erano compresi in questo “grande progetto”, ovvero musulmani, ebrei, “streghe” e oppositori politici.
Ed è per questo motivo che tutti gli edifici, le strade e i vari monumenti sia della parte nuova sia della medina, la parte più antica di Chefchaouen, sono dipinti di azzurro: non perché potesse ricordare il mare o perché tenesse lontane le zanzare, come dicono alcune voci, ma per indicare la grande vicinanza a Dio da parte di questi esiliati.
A causa appunto di questa scelta, la città fu considerata sacra per quasi cinque secoli e quindi nessuno straniero poteva entrare per visitarla o altro, purché non si facesse parte di una carovana che trasportava merci utili alla sopravvivenza degli abitanti. Soltanto nel 1950 le porte di Chefchaouen vennero “aperte” grazie all’intervento degli spagnoli, che vollero creare lì una delle loro basi militari. E dopo soli dieci anni, la città fu liberata dal dominio iberico e divenne in pochissimo tempo una delle mete turistiche più visitate dell’intero Marocco, tantoché incominciarono a nascere alcuni hotel e ristoranti pronti a servire i viaggiatori provenienti da tutto il mondo.
Come detto in precedenza, la città è suddivisa in parte vecchia e nuova.
Nella zona più antica è presente la piazza di Uta al-Hamman, dove furono eretti la “Grande Moschea” (“Jama’ Al Kebira” nella loro lingua), con la sua torre a base ottagonale, e la fortezza utilizzata per proteggersi in caso di attacco dei possibili invasori. Inoltre la medina è situata non molto distante dalla sorgente di Ras al-Ma che ancora oggi alimenta i mulini della città.
La parte nuova invece è stata costruita più in basso rispetta a quella vecchia e presenta edifici molto importanti come il Fondouk, in altre parole un vecchio caravanserraglio utilizzato ancora per ospitare le carovane in transito, ed è presente, poco fuori dal centro cittadino, il Parco Nazionale di Talassemtane, dove si coltiva il 40% del quantitativo mondiale di Marijuana. Non è raro, infatti, incontrare all’interno di questo enorme parco (che si estende per oltre sessanta mila ettari, andando anche ad attraversare i Monti del Rif, la catena montuosa in cui è incastrata la città) moltissimi contadini con enormi piantagioni di cannabis che permettono ai visitatori di assistere alla lavorazione della pianta.
È incredibile come possa coesistere nello stesso posto il sacro, ovvero ciò che porta a ricongiungerci con la nostra fede, ed il profano, ciò che ci porta ad avere un esperienza “molto profonda” con noi stessi.
Se questa piccola descrizione della città vi ha incuriosito anche solo un po’ e volete visitarla, non dovete armarvi di scarponi da montagna o di piccozza. Basta semplicemente usufruire dei mezzi messi a disposizione dalla provincia, come il treno della compagnia ONCF oppure gli autobus, più lenti ma molto più emozionanti, poiché vi faranno vedere i colori della vita del Marocco.

Giunti alla fine di quest’articolo, potete rispondere alla domanda iniziale: la Terra, il nostro caro e vecchio pianeta, smetterà mai di sorprenderci? La risposta è una: No! Credo sia impossibile che il nostro mondo possa smettere di farci esclamare “Wow”, perché sennò la nostra vita non avrebbe più senso, siccome è nella nostra natura andare alla ricerca di posti sempre nuovi che ci regalino più di una semplice emozione.


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