E se le cose più belle fossero le più semplici?

Scritto da il 20 Maggio 2016

Sì, non aspettatevi nessuna analisi filosofica di ciò che ho scritto nel titolo… Quella che sto per andare a fare è solo un’analisi di quello che si vede in giro.

E’ sabato sera, per molti l’unico momento per staccare dallo studio o dal lavoro. I divertimenti sono tanti: c’è chi ama andare al cinema (e io di certo non sono tra questi), c’è chi si ritrova nei pub per guardare le partite (e in questa cerchia ci rientro già di più) e poi, ovviamente, c’è chi va a ballare e a scatenarsi in discoteca o a qualche festa.

Negli ultimi due luoghi ci sono tre comuni denominatori: l’alto numero di persone, i cocktail e la musica. Già, la musica… quell’elemento che unisce ma allo stesso tempo divide. Perché se vai in un irish pub non puoi lamentarti della musica folk e rock! Se vai nella sala hardcore di una discoteca non puoi lamentarti della musica hardcore, mi pare ovvio! Ma se sei ad una festa dove non è prefissato un genere e c’è gente che proviene da mondi musicali completamente diversi, come fai ad accomunare ed accontentare tutti?! Difficile, impossibile…

Se suoni ad un evento in una sala in discoteca che fa musica deep house, sai che devi suonare quello, non hai scampo, anche se è un genere che odi; ma sei lì per quello! Ma se sei ad una festa privata, senza genere musicale prefissato, con l’unico scopo di buttare la gente in pista, e per qualche strana ragione non ce la fai, sono guai!

Giusto sabato sera ero ad una festa organizzata da alcuni miei amici, dove ho presenziato come vocalist e altri registi della radio hanno preso parte come dj. Abbiamo cercato di attirare gente in tutti i modi, spaziando tra tutti i generi musicali: techno, trap, deep house, tropical house, dupstep, e chi ne ha più ne metta. Ma niente! Si riunivano in gruppi da 4 a ballare e dopo una canzone se ne andavano. Non si capiva quale fosse il problema: vergogna a ballare per la troppa gente conosciuta? Festa poco divertente? Bah… E mentre ci interrogavamo su questo, si cambiava ancora genere. Possibile che non ci sia un genere musicale che accomuni tutti?!

HaiduciiL’ultima chance era rappresentata da quell’ultima cartella del computer, denominata “Trash e anni 90”. La tentiamo? La tentiamo. Da bravo vocalist pompo il cambio musicale come fosse la finale dei mondiali e… VIA! Si schiaccia play e si aspetta. BOOM! La pista si riempie… ma come?! Due ore di cambi musicali perfetti, di miscellazioni e remix spettacolari, di canzoni ricercate negli angoli più remoti del panorama musicale, e poi questi si mettono a ballare per Gigi Dag, Katy Perry e gli 883? Ebbene sì. Un’ora ininterrotta di musica “trash” per qualcuno, “commerciale” per altri, ha fatto riempire la pista e urlare a squarciagola tutti gli invitati alla festa. E senza strani mix, semplicemente con Windows Media Player (un po’ mi vergogno anche a dirlo). E’ incredibile come questo genere musicale radiofonico sia anche il fattore che accomuna tutti, dal più tamarro al più timido, senza esclusioni alcune.

Perché, alla fine, se non sai ballare la techno e ti butti, fai una figuraccia davanti a tutti; ma se salti e urli “Maia i, maia u, maia a, maia aa” stai sicuro che non farai nessun tipo di figuraccia, ti stai solo divertendo, e ciò che diverte te diverte tutti. Sempre.

Lunga vita al trash (o al commerciale, se vi aggrada di più).


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