Se vuoi vivere un’altra vita, corri una maratona

Scritto da il 22 Novembre 2017

‘‘Se vuoi correre un miglio, corri un miglio. Se vuoi vivere un’altra vita, corri una maratona’’. Così Emil Zàtopek, celebre fondista cecoslovacco, descrive la sua esperienza da maratoneta. Zàtopek visse in un periodo drammatico della storia del suo paese, nel quale prima di esprimersi doveva contare fino a cento per non essere condannato a lavorare nelle miniere di uranio.

Ma, nonostante ciò, egli non permise a nessuno di privarlo del sogno di salire sul gradino più alto del podio mondiale ben sette volte e conseguire record universali importantissimi. Nel ’52 decise di correre i 42km un minuto prima della gara. E arrivò primo, mai decisione fu così gratificante. Gareggiò solo due volte nella maratona (Helsinki ‘52 e Melbourne ‘56), eppure questi 42.195m cambiarono profondamente l’indole del campione cecoslovacco, facendogli conoscere un nuovo modo di vivere in cui si è assolutamente padroni di se stessi.

Ma cosa ha permesso a questo scellerato di giungere al nirvana? In due ore puoi guardare un film alla televisione, schiacciare un pisolino, preparare una deliziosa torta. E invece Emil ha scelto di distruggersi i muscoli e le ossa. Correre per due ore a un ritmo moderato e regolare su un percorso per nulla semplice è un’ardua impresa. Emil è riuscito a uscirne vivo e ancora più forte di prima. E il segreto è che tutti possono intraprendere un’impresa del genere. Non in due ore, certo, ma almeno arrivare al traguardo è possibile.

L’unica sfortunata eccezione vien fatta dall’ateniese Fidippide (ed è grazie a lui che adesso degli intraprendenti atleti si sbattono nella maratona). Atene combatteva una pesante guerra contro i Persiani da tempo, ma con la battaglia di Maratona prevalse e vinse la guerra. Fidippide allora iniziò a correre senza sosta come un forsennato verso Atene (che dista 40km da Maratona) e giunto all’acropoli urlò ‘NENIKEKAMEN’ (tipo Goku), ma subito dopo morì per lo sforzo che gli fu fatale.

La possibilità di completare una maratona non sta tanto nella preparazione fisica, ma soprattutto nella forza di volontà dell’atleta. Resistere per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa compiere. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. E dopo aver corso questa distanza, con i muscoli che tremano per lo sforzo, la vista offuscata e le stelline che ti ruotano sopra la testa senti di essere invincibile.

La maratona è una disciplina interiore, che non ti fa dimenticare che il più grande avversario sei tu. Un atleta di oggi, come durante la nota maratona di New York, non avrà di certo l’obbiettivo di arrivare al traguardo per annunciare la vittoria degli Ateniesi e sentirsi dire ‘bro, sei in ritardo di duemila anni’. Un atleta moderno, uno di quelli veri, corre per proclamare la vittoria della volontà dell’uomo contro la fatica e il dolore e per dimostrare che le capacità umane siano più estese di quanto si possa pensare.

E così Fidippide, Zàtopek e il vincitore della maratona della grande mela, il keniota Geoffrey Kamworor, a distanza di secoli sono esempi di uomini che corrono per rompere i limiti che si pongono davanti a loro e si avvicinano passo dopo passo alla meta, vale a dire la piena consapevolezza e padronanza di sé.


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